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Bay bay watch
“Se sei cessa non puoi fare niente”.
Me lo disse una fregna, tutta in fra, infradito, bikini infradiciato, filino impigliato nel fra-mezzo.
La mia disistima si compiacque, nuotò con vigore tra le acque seguendo il moto ondoso delle tette altrui. Tette, sì. Le tette di Brigitte.
Si soleva chiamarla con il francesismo, per sottolineare la sua scultorea e illuminante presenza sulla battigia arroventata.
Avevo 10 anni ed ero la mozzarella di turno, che diventava l’aragosta di turno sotto il sole di agosto. Un cosino cespuglioso e ossuto che leggeva Paperinik sotto l’ombra dell’ombrellone inclinato a ore 15, cosparsa prodigalmente di crema bianca ultra protettiva.
Costruivo ancora stradine per biglie con la sabbia bagnata e odiavo visceralmente l’acqua salata, mi prudeva come la lana dei maglioni fatti a mano da mia nonna.
Ma, (c’è un ma), iniziavo a stancarmi dei giochi di spiaggia e mi dilettavo ad origliare i discorsi altrui e a osservare attivamente le movenze dei più maturi della specie.
Non ho mai compreso il perché della sua cattiveria, ma quella frase, mai dimenticata, m’ha permesso di comporre, sul campo, il mio primo inabile studio sul genere “domina libera in lectus e fora”.
Lei era simile alla bagnina che anni dopo uscì fresca dalla serie di Baywatch: capelli lunghi rigorosamente biondo miele, corpo generoso e scolpito, tatuaggio di farfalla sulla natica destra, tatuaggio di rosa sulla caviglia sinistra, occhi neri e vivi come l’ossidiana, sorriso da diva in labbra briose.
Era oggettivamente di una bellezza bella.
Ma guardarla sciorinare il suo repertorio idiomatico prêt-à-porter, come loco-motiv automatica, mi permise di fossilizzarla nella memoria come “mytilus bivulva galloprovincialis” e, detto fatto, fui in grado di vedere le controparti cadere uno dopo l’altra contagiate dal morbo “cascamortis repetita iuvant”.
Di anno in anno me la ritrovavo alla solita spiaggia, al solito mare, ed era divenuta la presenza rassicurante dell’estate noiosa passata nel chioggiotto. Non un mare turchino e trasparente, era più un mar di sargassi. Mi smarronavo parecchio in spiaggia, ma poterla osservare come fosse uscita dal bestiario degli Etruschi, mi permise di affermare dentro di me che era sirenosa e di allietarmi nello studio del comportamento animalesco.
Mia nonna, che andava in spiaggia col prendisole sfiorito lungo fino alle caviglie, e non se lo levava, discuteva con mio nonno seduto con pantaloni di flanella e maglioncino. Il nonno si godeva lo sculettare della Brigitte tra lo sciabordio dei flutti, sognando frutti di mare proibiti col sorrisino canaglia, mentre fingeva di dar ragione alla sua polputa e rubiconda metà che imprecava, da buona veneta, ogni sorta d’epiteti ingiuriosi diretti alla stoffa striminzita e al corpo scultoreo che strabordava. La Brigitte nel frattempo ammiccava. Ammiccava pure al nonno.
Studiando la Brigitte m’era parso di capire che se una donna riceveva una pacca in tel culo, era buona cosa, segno d’apprezzamento assai decoroso. Con la Brigitte avevo imparato che se il maschio della specie fischia, era un buon segno. La Brigitte di sera la trovavi ancora in spiaggia, dedita al suo lavoro, mentre cercava di rianimare qualche pover’uomo caduto in acqua. Ci riusciva sempre a meraviglia, doveva aver fatto molti corsi per diventare una indispensabile bagnina. Di sera portava solo un vestito trasparente fatto all’uncinetto, che di mattina presto potevi trovare ancorato a qualche boa.
All’alba io e il nonno ritornavamo in spiaggia a caccia delle “conchiglie delle meraviglie” e quando si vedeva la boa rivestita all’uncinetto, il nonno boiava parecchio e prendendomi per mano mi ripeteva: “amor, tosse e pansa non i se sconde”. Io che iniziavo ad intendere e volere, ridevo. Ridevo di gusto anche perché il nonno parlava per esperienza personale.
Fu solo quando tornai al mare quindicenne che re-incontrai la Brigitte. Stava con due bimbi al collo, uguali uguali, il fisico era nella norma, non più scolpito da scalpelli d’artista. Non sorrideva ed era accompagnata ad un uomo scuro in volto, non aveva l’aria di un cascamorto.
La guardai con interesse karmico, portandomi sempre appresso il mio mondo cespuglioso.